e adesso la truffa è legge. seguo con grande interesse e partecipazione tutto ciò che sta succedendo nel mondo della scuola. e adesso che si farà? certamente la Rivolta, se così si può chiamare, dovrebbe essere a mio parere generalizzata contro quello che è il Sistema Scuola, attuale e futuro. non è che quello precedente fosse il paradiso, anzi. è un processo che va avanti da tanto tempo, con clientele che diventano sempre più forti. con una scuola che diventa sempre più pensiero unico, asservita con sempre maggiore decisione alle logiche del mercato. Liberi saperi, un tempo si diceva. ora la Conoscenza è al servizio di qualcuno, qualcosa. sarebbe anche ora che una sana riflessione la si facesse sul Corpo Professori, dio mio. ci vorrebbe davvero una rivoluzione. vera. sincera. creativa, beffarda, non so come chiamarla. che affronti il futuro con nuove idee, prospettive. senza freni.
anche per quanto riguarda il discorso concorsi. i racconti tramandati da mia sorella hanno del ridicolo: tipo, concorso di specializzazione, manca una ragazza e il professore in persona la chiama a casa per farla venire. arrivò prima. il concorso cominciò con un'ora di ritardo per aspettarla. non ci credete? è la pura e semplice verità. e mia sorella ebbe il coraggio sincero di ammettere che nessuno ebbe il coraggio di alzarsi e dire "Eh no, così non va, cos'è sta roba?" Paura di essere tagliati fuori. di non poter più lavorare. di ritrovarsi sulla strada. e quell'uomo mia sorella, dice che si lamenta della Gelmini, continua a lamentarsi. oppure un'altra fantomatica professoressa che in occasione della sua laurea vuole spedire mia sorella a Parigi, per fare ulteriori ricerche, però a carico suo, se non per pochissimi spiccioli. mia sorella dice no, si laurea col massimo dei voti, ma quella donna le fa capire che per lei, la specializzazione in quel tipo di corso se la può scordare, che anche se la passa, a Milano, le farà terra bruciata intorno. e mia sorella si specializza in un altro corso.
parliamo di Fondazioni, che qualche onorevole dice che non sarà obbligatorio ma le università si trasformeranno in fondazione solo se lo richiederanno. Beh, mia sorella dice che girando, ci sono parecchi professori che già non vedono l'ora di farlo, che già stringono accordi con qualche banca, eccetera.
e poi mi piacerebbe sapere quanti sono i professori che si dividono fra cattedre universitarie e banchi del parlamento. e poi mi piacerebbe che altri professori che pontificano chiudessero la bocca, come quel la porta che insegna sia a Siena, sia a Lugano, sia va in tv a parlare di filosofia.
poi penso a tutti quelli che li hanno presi per il culo invitandoli ad iscriversi alla scuola di specializzazione per diventare insegnanti. cosa faranno adesso? cosa?
oppure a quei coglioni che parlano di maestro unico, prevalente. perchè dà ordine. quale ordine? secondo i racconti dei miei genitori, dei miei nonni, del sottoscritto, non è che gli insegnanti erano tutti come quelli di Cuore. anzi. brave persone. sicuramente. la mia è stata eccezionale, votata all'insegnamento, all'educazione dei propri figli: ma 1)non aveva tempo per seguire tutti 2) chi era bravo andava avanti, gli altri un po' meno 3)da noi, se avevi problemi, filavi subito in una scuola speciale 4)se la odiavi o lei odiava te, eravate sempre tu contro di lei e mi ricordo tanti compagni che avevano gli incubi 5)non c'erano gli stranieri...come li si segue.
ma soprattutto, ed è bene dirlo, si ritorna al maestro unico, al voto in condotta, al grembiule, non per chissà quale motivo, ma per restaurare vecchie autorità, gerarchie, metodi educativi dietro cui si nasconde la punizione. mi chiedo cosa cazzo sia un 4 per un bambino di 3 elementare. cosa c'è di educativo? a me sembra solo che ti sei beccato del somaro. ricordando le vecchie pagelle, mi ricordo che è stata forse una delle poche volte che sono stato spesso descritto per quello che sono, per le lacune che ho. in una frase c'eri tu o magari no. non sto mitizzando quel modello. ma mi sembrava che a livello pedagogico ci fosse almeno un tentativo di andare oltre, di provare nuove strade.
si vuole un metodo come gli stati uniti.
che poi tutti me lo devono spiegare che cos'è questa eccellenza.
e poi tutti mi dovranno dire se è proprio bello indebitarsi a vita per lo studio. sapendo che poi sono le solite lobby che guadagnano su di te: un ricatto continuo dalle banche, dalle assicurazioni, dalle famiglie e dal lavoro.
parole vane.
situazione complessa.
e un'altra cosa che non mi va, questa unità d'intenti fra alcuni studenti di destra e di sinistra. questo volersi tenere alla larga da pensieri, linee, "ideologie", "politica".(non quella del Palazzo) che certe volte mi puzzano di qualunquismo, di pararsi il culo.
Incapace di nostalgia
invidio la calma dei vecchi
la piccola morte nei loro sguardi,
la loro aria al di qua della vita.
Incapace d'impormi
invidio la sete dei conquistatori
la semplicità dei bambini,
il modo che hanno di piangere.
Il mio corpo teso fino al delirio
attende come un avvampare
un divenire, uno schiocco;
la notte mi esercito a morire.
(Michel Houellebecq)
http://www.youtube.com/watch?v=eo8vW_0H_Kg
http://www.youtube.com/watch?v=pR-MTZVppkA
http://www.youtube.com/watch?v=ynf0ERJVB9I&feature=related
http://www.youtube.com/watch?v=pT3Gl4haPNE
http://www.youtube.com/watch?v=j2GjOC79gVI&feature=related
Insieme alla pioggia. Al profumo dei broccoli rimasto in casa. Al riso troppo cotto. Ai mozziconi di sigarette raccolti uno ad uno. Dovresti proporti per lavori strani. Qualcosa come Nikita. Dovrei propormi per aiutare i bambini stranieri nell'imparare la lingua italiana. Che ci ho pensato sopra a questa cosa delle classi separate, e oltre che razzista è la solita scemenza di chi ha poco cervello. Pensavo ad una stupidaggine, è ovvio, e mi sembra normale, che bambini appena arrivati sulla penisola oppure nati qui ma con genitori stranieri che non sanno l'italiano, facciano una fatica tremenda a parlare l'italiano. Vale per chiunque si trasferisca all'estero senza conoscere una lingua. Ma ci sono altre soluzioni alle classi separate: pensavo ma non c'è nessuno che voglia insegnare un po' d'italiano al pomeriggio, alla sera, al sabato (visto che al sabato i bambini nel mio paesino per esempio non vanno a scuola). Perchè a nessuno viene in mente che le amministrazioni o la scuola potrebbero pagare qualcuno. Mio padre, pensionato, sarebbe uno di quelli che senza voler soldi, lo farebbe. Lo so ci sono mille problemi, ma penso al mio paese che ha stanziato, se non sbaglio, almeno centomila euro per il nuovo oratorio, quelle risorse non le poteva utilizzare per qualcosa di più intelligente? Possibile che non si possano fare delle cose semplici? Adesso ho proprio banalizzato tutto ma di fronte a un mondo che sta cambiando, la prima cosa è alzare le barriere, i muri, cacciare, dividere e il mondo cambia. Cazzo, certe volte, mi dico che sarebbe stata una bella figata avere ai miei tempi compagni di tutto il mondo.
Qui sotto ci sono volti che mi stanno intorno, di uno, Fatty Arbuckle sto leggendo il libro Io, ciccione di Jerry Stahl, l'altro è il mio volto. Che a furia di non ridere mai, di stare sempre corrucciato, triste, incazzato, mi è venuta una ruga gigante fra gli occhi. Cercateli i film di questi due. Dei grandi. Il cinema muto è stellare. Io amo di più Buster Keaton che Charlie Chaplin, ma sono gusti personali.
E questa la dedico a chi so io, perchè so che ama Lucinda Williams.
http://www.youtube.com/watch?v=C2U5_TDHYic&feature=related


dico grazie a questa donna. a Anna Kavan. al suo libro meraviglioso. a quel Ghiaccio che ho addosso. dico grazie a Layne Staley che ho riascoltato in questi giorni. ai The God Machine nella cassetta infilata nell'auto, sul lungolago con un uomo che non capiva le mie lacrime. dico grazie agli abbracci feroci. dico grazie a quella stretta di mano, un'ora fa, di un compagno di classe delle elementari che ha perso il padre. non ci vedevamo da secoli. ci siamo stretti la mano. i pensieri. me lo ricordo sotto la scuola, un giorno che ci incontrammo. era tristissimo e mi disse "mi mancano quegli anni, mi manca quando facevamo casino in classe, quando tu, Dario, Erika e Silvia veniste a casa mia per il compleanno e giocammo fino quando calò la notte e i nostri genitori parlavano sotto il balcone." Ho perso un sacco di persone in questi anni. Ho perso me stesso un sacco di volte. mi sono ritrovato. sono affondato. sono riemerso. Il libro che sto finendo sarà dedicato a me stesso, a quelle ferite che non verranno mai curate. Agli errori. Ai miei morti. E a una persona che suonava il basso, che non vedo anche lui da millenni e a cui devo la vita. Fisicamente. è a lui che devo tutto. L'essere ancora vivo. Lui è l'uomo dei disegni del mio primo libro. un amico. Non so perchè questa tristezza questo pomeriggio. Non lo so. Non dovrei esserlo per la bella mattinata che ho passato. Eppure lo sono. Forse è per il tempo che sta passando ad un ritmo troppo veloce. Non me l'aspettavo. Forse è per questa dannata birra che non dovevo bere. Forse sono solo stronzate. Lungaggini. Una serie di stronzate. Eulogy for evolution.
...uno dei "film"...più emozionanti che io abbia mai visto nella mia vita...me lo tengo stretto...e ci penso spesso in questi giorni...cerco di ricordarlo....mentre rileggo pagine su pagine......e quel bambino mi somiglia così tanto.
intanto le scuole si agitano. chissà cosa accadrà. spero che sia un momento per rimettere un po' in discussione tutto, non solo per rigettare in faccia i propositi della gelmini....perchè la scuola di prima faceva schifo anche quella...spero che gli studenti non demordano e non si facciano prendere per le orecchie dai vari schieramenti...eccetera...perchè già i distinguo cominciano a vedersi........e intanto i tg vomitano merda su merda su chi contesta....
-a proposito di questo sterile dibattito sul clima (ma la Prestigiacomi-Rutelli-Veltroni e company, vi sembrano davvero le persone giuste per occuparsi di questioni così serie?), mi rimetto a una frase di Walter Benjamin che ho trovato qua e là: “Il concetto di progresso va fondato nell’idea della catastrofe. Che tutto continui così è la catastrofe. Essa non è ciò che di volta in volta incombe, ma ciò che di volta in volta è dato. Così Strindberg – in Nach Damaskus?- l’inferno non è qualcosa che ci attende, bensì questa vita qui“.
- le morti sul lavoro continuano e il dibattito è se le borse salgono oppure no, sugli incentivi da dare alle piccole-medie imprese e la gente muore.
- mi risollevo cercando di leggere ma cosa? Faccio una fatica tremenda, ci sono qua e là che m’interessano un casino ma non ho i soldi per comprarli tutti e non ho voglia di prenderli in prestito (dato che non posso sottolinearli, stropicciarli, eccetera) e così mi son dedicato a La città perfetta di Angelo Petrella, del quale avevo già letto i precedenti libricini usciti per Meridiano Zero. Non sono un grande amante di libri “gialli”, dei noir sì, ma anche lì molto selezionati, poca roba insomma, qualche autore americano e francese e mai nessun libro italiano di quel genere che mi convinca. Speriamo bene. L’ho trovato per caso in biblioteca e l’ho preso soprattutto perché è ambientato a Napoli, città a cui sono legato per strani motivi. Mi ricordo Antonio, il rigattiere napoletano che abitava all’ultimo piano del palazzo, super tifoso del Napoli, che ci regalava a noi ragazzini cagnolini, automobiline, soldatini, palloni e quando il Napoli vinse gli scudetti lanciò dei razzi impressionanti dal suo balcone. Gli ultimi tempi, prima che s’ammalasse e non potesse più uscire di casa, si sedeva sulla sedia fuori dal cancello d’entrata e scambiava quattro chiacchiere con tutti. Mi ricordo che mi sedevo sul gradino per un quarto d’ora quando tornavo da scuola e poi dal lavoro e parlavamo di calcio, politica (lui comunista d’acciaio) e ragazze, perché le donne erano la sua più grande passione. Un saluto Antonio, sempre se mi riesci a sentire da quel letto dove sei immobilizzato.
- una canzone fantastica “About Today” dei National
- e comunicazione di servizio per coloro che: hanno intenzione di uscire mascherati per Halloween e non sanno cosa mettersi; sono dei super-eroi senza più costume; amano andare al lavoro mascherati; devono sfidare a duello qualcuno; vogliono fare degli scherzi ai rispettivi consorti; hanno sempre sognato di vivere a Venezia; lavorano coi bambini; hanno dei bambini e non sanno più come tenerli buoni e non vogliono gettarli dalla finestra; suonano e vogliono imitare quell’orribile gruppo che è I Tre Allegri Ragazzi morti; non sanno più cosa appendere al muro; eccetera eccetera, ho quello che fa per voi: delle stupende maschere veneziane. Non è paccottiglia, anzi, sono molto belle. Costano relativamente poco e a breve metterò delle foto. Se qualcuno è interessato mi scriva alla messaggistica di splinder o alla mia mail privata, chi la conosce.
-dimenticavo tutta la mia attesa è per il libro di Pynchon che cazzo potrebbe anche uscire…cazzo!
Ciao a tutti,
LOTTA LOV
ON THE CAMPER
"L'estate precedente, per prepararmi al seminario, avevo letto il romanzo di Rilke I quaderni di Malte Laurids Brigge. Era diventato immediatamente il mio libro preferito in assoluto, vale a dire che avevo cominciato a leggere a voce alta diversi paragrafi della prima parte (la più facile e l'unica che mi era completamente piaciuta) per fare colpo sugli amici. La trama del romanzo - un giovane danese di buona famiglia approda a Parigi, vive alla giornata in una pensione rumorosa, si sente solo e inquieto, è tormentato dall'idea di diventare uno scrittore migliore e una persona più completa, fa lunghe passeggiate in città e per il resto passa il tempo a scrivere il suo diario - mi sembrava molto significativa e interessante. Imparai a memoria, senza mai comprenderli del tutto, diversi passaggi in cui Malte racconta della sua crescita personale, che mi ricordavano piacevolmente i miei stessi diari:
"Sto imparando a vedere. Non so perchè, ma ogni cosa penetra in me più profondamente e non rimane là dove, finora, ha sempre avuto fine. Ho una vita interiore che non conoscevo. Ora va tutto là dentro. Non so cosa vi accada".
Mi piacevano anche le descrizioni assolutamente distaccate della sua nuova soggettività in azione, come per esempio:
"Vi sono persone che portano lo stesso volto per anni; naturalmente si logora, si sporca, si lacera lungo le pieghe, si sforma come un paio di guanti da viaggio. Questa è gente parsimoniosa, semplice; non cambia mai volto, non lo fa nemmeno pulire".
Ma la frase del Malte che divenne il mio motto del semestre la notai solo quando Avery ce la indicò. Viene rivolta a Malte da un'amica di famiglia, Abelone, quando il piccolo Malte sta leggendo sbadatamente un passo delle lettere di Bettina Von Armin a Goethe. Comincia a leggere una delle risposte di Goethe a Bettina, e Abelone lo interrompe con impazienza. "No, non le risposte", dice. E poi esclama: "Dio mio, come hai letto male, Malte". Questo fu essenzialmente ciò che Avery ci disse a metà della nostra prima discussione sul Processo. Quella settimana ero rimasto insolitamente silenzioso, sperando di nascondere il fatto che non ero riuscito a leggere la seconda metà del romanzo. Sapevo già di cosa parlava il libro - un uomo innocente, Josef K. , intrappolato nell'angosciosa burocrazia moderna - e mi sembrava che Kafka accumulasse decisamente troppi esempi di angoscia burocratica. Ero anche infastidito dalla sua riluttanza ad andare a capo, e dall'irrazionalità della narrazione. Era già abbastanza brutto che Josef K. aprisse la porta di un ripostiglio nel suo ufficio e trovasse un torturatore intento a bastonare due uomini, uno dei quali si rivolgeva a K. in cerca di aiuto. Ma che K. tornasse ad aprire il ripostiglio la sera dopo e ritrovasse gli stessi tre uomini che stavano facendo la stessa cosa: quella mancanza di realismo mi irritava. Avrei voluto che quel capitolo fosse stato scritto in un modo più amichevole. Mi sembrava che in un certo senso lo scrittore si fosse comportato slealmente. Il romanzo di Rilke, anche se a tratti impenetrabile, aveva l'arco esistenziale del Bildungsroam e un finale ottimistico. Kafka somigliava più a un brutto sogno da cui avrei voluto svegliarmi.
-Stiamo parlando di questo libro da due ore, - ci disse Avery, - e c'è una domanda molto importante che nessuno ha ancora fatto. Qualcuno sa dirmi qual è questa ovvia domanda importante?
Lo guardammo tutti senza dire niente.
- Jonathan, - disse Avery. - Questa settimana sei stato molto silenzioso.
-Be', sa, l'incubo della burocrazia moderna, - risposi. - Non credo di aver molto da dire in proposito.
-Non capisci cosa c'entri con la tua vita.
-Meno di Rilke, decisamente. Voglio dire, io non ho mai avuto a che fare con uno stato di polizia.
-Ma Kafka parla della tua vita! - disse Avery. - Senza nulla togliere alla tua ammirazione per Rilke, devo dirti che Kafka c'entra con la tua vita molto più di Rilke. Kafka era come noi. Tutti questi scrittori erano esseri umani che cercavano di trovare un senso nella propria vita. E Kafka più di tutti! Kafka aveva paura della morte, aveva problemi con il sesso, aveva problemi con le donne, aveva problemi con il lavoro, aveva problemi con i genitori. E scriveva narrativa per cercare di capirci qualcosa. Di questo parla il libro. Di questo parlano tutti quei libri. Esseri umani in carne e ossa che cercano di trovare un senso nella morte, nel mondo moderno e nel caos della loro vita.
Poi Avery richiamò la nostra attenzione sul titolo tedesco del libro, che significa "processo" sia nel senso di "procedimento giudiziario", sia in quello di "svolgimento di un fenomeno". Citando un testa della nostra lista di letture secondaria, cominciò a borbottare qualcosa su tre differenti "universi d'interpretazione" in cui il Processo poteva venire letto: un universo nel quale K. è un innocente accusato a torto, un altro universo in cui il suo grado di colpevolezza è indecidibile...Stavo ascoltando solo in parte. Le finestre si stavano oscurando, e io mi facevo un punto d'onore di non leggere mai i testi secondari. Ma quando arrivò al terzo universo d'interpretazione, nel quale Josef K. è colpevole, Avery si fermò e ci guardò speranzoso, come se stesse aspettando che capissimo una barzelletta; e io sentii la pressione sanguigna aumentare di colpo. Il semplice accenno alla possibilità che K. fosse colpevole mi offendeva. Mi faceva sentire frustrato, ingannato, ferito. Il fatto che un critico si fosse permesso anche solo di insinuare una cosa del genere mi riempiva di indignazione.
-Andate a casa e guardate bene cosa c'è scritto, - disse Avery. - Lascita perdere le altre letture per la settimana prossima. Dovete leggere quello che c'è scritto."
(Jonathan Franzen, Zona disagio)
...seguo con un misto di interesse e distacco quanto sta avvenendo nel mondo della scuola...soprattutto per quanto riguarda l'università...la mia esperienza in quel campo concentrazionario è ormai lontana dieci anni e durò poco più di sei mesi...ero uno dei migliaia di iscritti alla facoltà di lettere alla statale di milano....rimpiango poche volte di averla lasciata (mi capita solo quando vorrei fare un lavoro in particolare che non potrò mai fare visto che non ho una laurea...solo 1 lavoro, uno solo)....furono mesi schifosi....mi faceva schifo tutto....anche architettonicamente mi sentivo oppresso....ferito....conservo il ricordo violento di tre docenti: quello di italiano, quello di storia del teatro e quello di storia contemporanea. Il primo teneva un corso su un'opera minore di leopardi che non si riusciva a trovare, con un tono di voce bassissimo, che ti accompagnava al sonno. Il secondo un deficiente yuppie che raccontava i cazzi suoi tutto il tempo, flirtava con le ragazze super carine che affollavano il suo corso e si sedevano in prima fila e se per caso partecipavi ai suoi seminari sul lago di garda, a prezzi esorbibanti, si venivano scontati dei libri all'esame. il terzo, uomo che poi sedette nel consiglio d'amministrazione Rai, che mi bocciò perchè non seppi ripetergli a memoria quanto disse durante il corso. si arrabbiò di brutto quando alzai la voce, poi ebbe paura che gli spaccassi la testa e rimase senza parole. Mi aspettavo solidarietà dagli altri studenti, niente, avevano già la lingua fuori per leccargli il culo. Sono tornato all'università solo per incontrare mia sorella quando passavo da milano e la considero uno dei luoghi peggiori dell'universo. ci passai solo un momento bello, la laurea di H. solo quella. poi se la radono al suolo, beh, non me ne fregherebbe un cazzo.
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